Google AdWords, uno strumento veloce ma…

Eccomi di nuovo qua dopo un bel po’ di mesi di assenza dal blog causa numerosi ed inderogabili impegni lavorativi che mi hanno preso praticamente tutto il tempo a disposizione e spesso anche quello che era inizialmente riservato ad altro, fra cui l’aggiornamento di questo sito che ritorna alla vita con un argomento che, a mio avviso, è sempre capito poco e si presta a notevoli equivoci, ovvero il corretto utilizzo di Google AdWords. Che io faccia largo uso di tale strumento da sempre è cosa risaputa, l’ho detto parecchie volte che per me è e rimane uno dei migliori strumenti per trovare nuovi clienti velocemente, ma questa cosa della sua velocità di “risposta” mi rendo conto che può portare un po’ fuori strada chi con lo stesso non ha dimestichezza e si basa soltanto sul sentito dire. Per assurdo io AdWords tendo a paragonarlo ad un Ghepardo, veloce e letale, ma a differenza di questo agilissimo animale letale per le sue prede, la velocità dello strumento potrebbe rivelarsi letale per il tuo intero business e conseguentemente anche il conto corrente, mi spiego meglio. Ogni volta che mi trovo a fare una consulenza su una campagna Google AdWords esistente, oppure a dovere crearne una da zero, ma soprattutto quando devo dare indicazioni sulla sua creazione a chi poi se ne dovrebbe occupare in prima persona, inevitabilmente si va a cadere nel solito problema ed i fraintendimenti sono dietro l’angolo, puntuali come sempre arrivano infatti le stesse domande che ti fanno capire che la concezione di tale strumento è molto distorta. Evitando di scendere nel tecnico sulle difficoltà che un “novizio” del settore finirà per incontrare inevitabilmente fin dal suo primo approccio con questo strumento, voglio far cadere la tua attenzione su una cosa che sta alla base di questa forma di advertising, amata, odiata, utilizzata con profitto da pochi e causa di gigantesche perdite da altri. D’altra parte l’ho sempre detto che Google AdWords non è uno strumento adatto a tutti e lo ripeto fino alla noia, con AdWords ci si può fare del male, anche in maniera pesante se non si sa come utilizzarlo, ma lo stesso accade se abbiamo delle aspettative che non rispecchiano poi quelle che effettivamente si manifesteranno nel momento del lancio della tua fantastica campagna. Come da buona tradizione di questo blog, gran parte degli articoli che scrivo nascono da esperienze reali che mi accadano quotidianamente nel mio lavoro di consulente e che...
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#Facebookdown: quanto può essere in pericolo il tuo business?

Sono le 22.54 del 28 gennaio 2015 e il social network più famoso del mondo sta affrontando quello che sembra, nei primi 20 giorni del nuovo anno ormai una consuetudine, infatti in questo momento siamo di nuovo in pieno #Facebookdown. Ora so che vi starete chiedendo se c’era veramente bisogno di scrivere un pezzo sull’ennesima caduta di Facebook e la risposta è si, non per l’evento in se, ma per le conseguenze che un’ipotetica “fine” ingloriosa di questo social significherebbe per parecchie attività che lo considerano una specie di miniera d’oro. Quando accadono eventi come questo infatti, la mia mente va subito a tutte quelle realtà che hanno affidato completamente le sorti dei loro business al social più affollato del web e, nonostante le varie e continue problematiche che esso si porta dietro, sono riusciti a creare una rete di contatti e di affari anche piuttosto considerevole, capendo, chi prima chi dopo, come sfruttare al meglio tutte le potenzialità della creatura di Zuckerberg. Come ben sanno quelli che mi conoscono da un po’ di tempo, non ho più molta simpatia con Facebook per il suo modo repentino di cambiare le carte in tavola e tendo a sfruttarlo poco, privilegiando altri canali per me e per i miei clienti, resta comunque innegabile che questa per molti rimane una fonte di traffico e di conversazione troppo importante per non essere considerata. Quindi non lo uso tantissimo, ma sicuramente lo inserisco quasi sempre nella strategia di marketing e comunicazione di quasi tutte le aziende e professionisti che si rivolgono a me, ma, e qui sta la differenza, anche quando ci sono tutti i presupposti per farla diventare la fonte di traffico principale, non la utilizzo mai da sola. Questo per il semplice motivo che, come tutti coloro che lavorano nel mio settore sanno benissimo, nel marketing c’è un numero molto pericoloso, che è il numero “1”, per tale motivo affidare le sorti di interi business ad un canale come Facebook può farti rischiare veramente grosso. Penso ad esempio a tutte quelle aziende che considerano Facebook come la panacea di tutti i mali, hanno le loro pagine fan con decine di migliaia di fan e riescono a portare sui propri siti migliaia di utenti in target con ottimi risultati, ma non si preoccupano minimamente di testare ed implementare altre fonti.   Facebook NON può essere l’unica soluzione Ancora peggio chi utilizza i profili privati come azienda, cosa che viene proibita nei regolamenti del social network...
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Perché vuoi far realizzare un sito da Pinocchio?

No, non sono impazzito per ora, anche se non escludo il fatto che possa succedere a breve e non pretendo nemmeno che tu abbia una risposta a questa domanda perché comprensibilmente non l’hai capita, a meno che un burattino di legno non sia venuto a bussare alla tua porta proponendoti di costruirti un sito, una campagna pubblicitaria o roba del genere. Ultimamente frequento poco Facebook e, salvo l’utilizzo che è necessario per alcuni clienti che seguo, dal punto di vista personale il mio profilo lo uso principalmente per dedicarmi al puro cazzeggio, privilegiando lavorativamente un altro tipo di canali. Alcuni giorni fa però un post dell’ottima Veronica Gentili ha sollevato un problema incalzante, sempre più frequente e che negli ultimi tempi si sta diffondendo a macchia d’olio, al quale tutti coloro che in questo ambiente ci lavorano non possono rimanere indifferenti. L’idea di questo articolo quindi nasce proprio dalla lettura di quel post e per questo il pezzo è dedicato a tutti i colleghi, amici, collaboratori e chiunque lavora online ed al tempo stesso ai clienti finali, con l’intento principale di creare una sorta di sensibilizzazione verso tale problematica. Per non rischiare di diventare troppo logorroico arrivo subito al punto spiegandoti chi è Pinocchio, o meglio chi sono, in quanto ho deciso di raggruppare dentro a questo personaggio tutte quelle aziende che fanno le loro proposte in un modo che è al limite della decenza. Non sto quindi parlando di un’azienda in particolare e sul pezzo in questione si parlava di pubblicità, io voglio estendere il discorso abbracciando un raggio molto più ampio, in quanto il problema esiste a 360 gradi e riguarda tutti i rami e le varie sfaccettature di chi, come me, fa questa attività. Quindi i Pinocchietti in questione sono tutte quelle aziende che si approcciano alla tua attività in modo assolutamente scorretto, non importa che sia per proporti la realizzazione di un sito, una campagna AdWords, una pubblicità su Facebook e così via, ciò che ti dicono non corrisponde alla realtà, mai! Come sempre tendo a parlare delle cose con piena cognizione di causa, in quanto ho conosciuto svariate persone con i più diversi tipi di attività che si sono fatte abbindolare da queste proposte per poi immediatamente pentirsene, fra i quali ci sono alcuni che sono diventati miei affezionati clienti, quindi non sto parlando a vanvera ma di cose che conosco bene. I casi ormai sono all’ordine del giorno, questo sta diventando un...
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L’attentato di Parigi e la potenza dirompente dei social network

Sinceramente avrei voluto iniziare il nuovo anno con un altro tipo di argomento, ma i recenti fatti di cronaca mi hanno stimolato una riflessione che voglio condividere con tutti coloro che avranno la voglia a e la curiosità di leggere questo pezzo, dove ho fatto un analisi molto personale di ciò che è successo a livello social dopo l’attentato di Parigi a Charlie Hebdo. Non voglio entrare nel merito dei fatti quanto al loro svolgimento, ne hanno già parlato praticamente tutti e nemmeno sulle motivazioni reali di un attacco di questo genere che lascia sicuramente aperte una serie di domande, ma voglio analizzare come l’esistenza dei social network abbia, anche a questo giro, avuto un ruolo determinante per far ragionare su questo gesto in maniera diversa da quella che ci hanno imposto i media tradizionali. I social network sono senza ombra di dubbio entrati a far parte delle nostra quotidianità già da tempo, ormai diamo quasi per scontata la loro presenza, dimenticandoci che fino ad una manciata di anni fa non solo non li conoscevamo, ma non avremmo nemmeno mai potuto immaginare fino a che punto questi potessero cambiare le nostre abitudini ed avere un ruolo così determinate nella nostra vita di tutti i giorni. Questa premessa è necessaria per dire che, facendo un salto all’indietro in un era in cui la comunicazione era attività esclusiva dei media tradizionali, tutto quello che è accaduto durante e dopo l’attentato di Parigi a livello mediatico avrebbe avuto effetti ben diversi da quelli attuali. Immaginiamo per un attimo di tornare ad un ipotetico anno in cui i social network ancora non esistevano e pensiamo a cosa sarebbe successo, lo scenario sarebbe sicuramente stato quello di avere un unico o comunque pochi canali che ci avrebbero presentato la vicenda con il loro modo di comunicazione unidirezionale. Infatti, prima fra tutte la tv seguita da radio e giornali, ci avrebbero imposto soltanto il loro modo di vedere la cosa, senza la possibilità di analizzarla da un punto di vista strettamente personale e condividere il nostro pensiero con altri, o almeno la cosa sarebbe rimasta esclusiva di pochi eletti. Oggi per fortuna le cose sono cambiate e di parecchio, con il risultato che, questa assurda ed ingiustificabile vicenda, è entrata nelle case delle persone non solo attraverso la tv, ma è stata oggetto di dibattiti e di riflessioni proprio grazie ai social network. A cosa ha portato tutto questo? Gli effetti sono stati svariati, a...
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“Facebook at Work”, siete pronti all’ennesima innovazione?

Pare proprio che il social network blu sia inarrestabile e ogni giorno che passa ci arriva notizia di qualcosa che viene introdotto, cambiato o comunque modificato, costringendoci spesso a rivoluzionare e rimettere in discussione tutto quello che sapevamo fino al giorno prima. Nell’ultimo mese ci sono state svariate notizie inerenti le novità che Mark Zuckerberg ha in serbo per il suo social network, partendo dalle Facebook Rooms, ovvero vere e proprie stanze private ed esclusive, una sorta di forum al quale ci si può iscrivere soltanto tramite QR Code, passando al discutibile Facebook Thanks, servizio con il quale vengono create schede video per “ringraziare” un amico, fino ad arrivare all’imminente Facebook at Work, del quale ha dato notizia il Financial Times. Le indiscrezioni su questo probabile progetto provengono da una fonte anonima e al momento se ne sa ben poco, infatti dall’interno del social network si lavora in gran segreto su questo sviluppo e le bocche rimangono cucite, eccetto una a quanto pare. Ma in cosa consisterebbe in pratica Facebook at Work?  Sempre secondo la fonte citata si piazzerebbe come una sorta di social parallelo a quello che già ben conosciamo ma che si separerebbe da questo in quanto verrà dedicato soltanto alla sfera professionale. In sostanza una sorta di fusione fra Linkedin, quindi un luogo dove chattare e comunicare solo con i colleghi di lavoro e Google Drive, in quanto si potranno inviare e ricevere i file, quindi lavorarci anche in condivisione. La vita professionale verrebbe in tal modo separata da quella strettamente personale e ci sarebbe un assalto ad una precisa ed ulteriore fetta di mercato, lasciata fuori al momento attuale dal social network più famoso del mondo. Infatti Facebook, come si sa, è una piattaforma che non è stata mai vista di buon occhio dalle aziende, molte della quali impediscono l’accesso ai loro dipendenti in ambito lavorativo, in quanto la permanenza sullo stesso può portare a distrazioni e perdita di efficienza. Con questa mossa Zuckerberg e soci farebbero scacco matto anche con le aziende, perché, il poter separare la vita privata da quella professionale potrebbe essere un incentivo a far sbloccare Facebook nelle realtà aziendali, potendo usufruire di uno strumento già conosciuto ma nuovo in ambito collaborativo e professionale, il che porterà le aziende stesse a ricredersi sulle considerazioni inerenti il social di Paolo Alto. Ma dal punto di vista strategico l’obiettivo è molto più ampio, infatti, con una piattaforma del genere si amplificheranno le possibilità di andare a colpire...
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L’usabilità, un concetto ancora sconosciuto

Mancano appena 2 mesi alla fine del 2014, il web ha ormai preso campo e domina ogni aspetto della nostra quotidianità, su internet ci si fa praticamente di tutto, sia da pc, ma anche da mobile, quindi da tablet e smartphone, eppure ci sono ancora aziende per le quali il concetto di usabilità rimane un obiettivo irraggiungibile. Il fatto che abbia citato il mobile non deve farti pensare che stia parlando di siti responsive, questo è un altro concetto alquanto duro da apprendere per tanti, ma proprio di usabilità dei siti istituzionali, vecchi o nuovi che siano non c’è differenza, la mentalità di certi imprenditori è veramente disarmante. Come da buona abitudine, nelle pagine di questo sito riporto spesso fatti accaduti nella mia sfera professionale e anche a questo giro parlo di episodi alquanto ricorrenti quando si tratta di fare una struttura da zero o comunque di sistemare e “rinnovare” un qualsiasi sito di una qualsiasi azienda italiana. La cosa che mi capita la maggior parte delle volte è di rimanere allibito da quanto poco usabili siano i siti di certe realtà produttive, a dire il vero mi appare addirittura strano di come abbiano fatto e facciano, anche soltanto a vendere qualcosa su delle strutture simili, il più delle volte la colpa va a chi il sito l’ha creato, ma non è sempre così. Sovente mi sono trovato a dover intervenire su diversi siti dalla dubbia utilità e dalla navigabilità pressoché inesistente e anche da parte mia il primo pensiero è stato rivolto a chi materialmente su tale sito ci ha messo mano, creando dei percorsi che alle volte assomigliano ad un vero e proprio dedalo da passare per raggiungere l’obiettivo. Non è però sempre imputabile ai realizzatori la colpa ed ho cominciato a capirlo le prime volte che iniziavo a metter su siti da zero, realizzavo il progetto, lo facevo vedere al diretto interessato e la stragrande maggioranza delle volte lo stesso mi voleva in ogni modo rivoluzionare tutto, in nome di idee che spesso erano alquanto prive di fondamento. Oggi la situazione a quanto pare non è cambiata di tanto, per questo sopra ho detto che c’è poca differenza fra siti vecchi e nuovi, perché il problema spesso non è in chi li realizza materialmente, ma in chi li fa realizzare, tenendo conto soltanto del solo gusto personale o comunque delle proprie idee e tralasciando invece quelle che sono le regole principali per una qualunque strategia di web marketing....
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